SEMPLICEVERITA'

TUTTO E' RELATIVO, MA SOLO UNA E' LA VERITA'

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E' di questi giorni il gran parlare e la "riesumazione" dei poveri resti di questo SEMPLICE UOMO. Moltissimi oramai sono concordi nell'affermare che NON esiste "Santo" che sia più venerato di padre pio, addirittura ancor più della madonna. Infatti chi in Italia non ha in casa, nel portafoglio o nell'auto una immaginetta di padre pio?
Ma perchè tanta VENERAZIONE verso questo (ripeto) SEMPLICE UOMO?
Non essendo mia intenzione "Giudicare qualcuno" o entrare nei "dettagli" della vita di una persona ormai scomparsa è d'obbligo però fare una breve analisi per AMORE DELLA VERITA'. Che dedico a chi "afferma" di CREDERE in Dio.
Questo articolo è DEDICATO specialmente a coloro che appartengono alla cosiddetta cristianità.

E' VIVAMENTE SCONSIGLIATA LA LETTURA 
AI DEVOTI DI PADRE PIO..!!

"Non ti farai idolo nè immagine alcuna di quanto è lassù nei cieli nè di quanto è quaggiù sulla terra, nè di ciò che è nelle acque o sotto la terra. Non ti inginocchierai davanti a loro nè le adorerai" - (Eso. 20:4,5 versione CEI)

"Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per ADORARLO. Ma Pietro lo fece rialzare, dicendo: Alzati, SONO ANCH'IO UN UOMO". (Atti 10:25, 26 - versione CEI) 

E' nota la devozione che Karol Wojtyla dedica a padre Pio da Pietralcina, al secolo Francesco Forgione. Il frate dei miracoli inquisito da Pio XI [che lo fece arrestare proibendogli ogni contatto con i fedeli] e accusato di frode dal medico e sacerdote Agostino Gemelli (che parlava delle «cosiddette stimmate di padre Pio»), fu osteggiato e inquisito persino dal papa buono. Nel 1960 Giovanni XXIII inviò mons. Maccari in visita apostolica a S. Giovanni Rotondo per indagare sul clima che circondava l’attività del frate. Risultato: quaranta cartelle inviate al papa come contributo alla verità. 

Una verità fatta di traffici di reliquie e pezzuole intrise di sangue, di profitti derivanti da un misticismo ben indirizzato (grandi alberghi e opere di bene) e da una VOGLIA ESAGERATA di miracoli. Mons. Maccari sottolineò pure la presenza di una folla fanatica, convinta ad esempio che chi guardasse il frate da vicino avrebbe avuti rimessi i propri peccati. Le accuse del Maccari erano solide e ben circostanziate. (1)


LE CARTELLE DEL MACCARI E IL VANGELO
Per mesi, agli inizi degli anni ’90, Carlo Maccari, arcivescovo di Ancona in pensione, continuò a ricordare al card. Ratzinger e ai membri della gerarchia vaticana la verità da lui riscontrata quando trent’anni prima, inviato del Sant’Uffizio, aveva indagato su padre Pio. (2)

Come credenti che cercano di essere in armonia con il Nuovo Testamento, registriamo le note del Maccari non per amore di chiacchiere [che chiacchiere evidentemente non sono] ma per un sobrio confronto con i dati rivelati nel Vangelo del Cristo, Vera pietra di paragone per valutare ogni fenomeno in campo religioso.

Maccari, ad esempio, scrive di Padre Pio come di un frate che sanguinava («tutto quel sangue di gallina!») attirando folle ansiose di miracolo, scatenando fanatismi, gelosie, speculazioni e caccia di soldi; scrive inoltre di microfoni-spia (nascosti da mons. Umberto Terenzi, parroco del Divino Amore, e da padre Daniele da Roma) nei luoghi dove padre Pio confessava i penitenti.

Queste vicende presentano aspetti che [non si vuole] qui rilevare. Una domanda tuttavia merita attenzione: che cosa ha a che vedere tutto questo sangue con la Parola del Messyah? Nel Vangelo non è il sangue di un frate che "salva", bensì la liberazione «eterna» è ottenuta dal sacrificio di Yahushua. Questo sacrificio si è attuato «una volta per sempre» e, una volta compiuto, elimina ogni necessità di ulteriori offerte per il peccato. Marco, nel suo scritto, ci consente di fare «memoria» (intima e spiritualmente comunicativa) del sacrificio di Yahushua: «il sangue del patto, sparso per molti». Giovanni attesta che Gesù ha avuto l’amore più grande: dare la sua vita (il suo sangue) per i suoi «amici». Anche Pietro accenna al sangue di Yahushua che, privo di peccato, portò i nostri stessi peccati. (3)

Forse non basta più.. ai «molti» il sangue del Messyah? Non è più sufficiente per [quelli che si definsiscono] cristiani [?] quel sacrificio magnifico? Quell’amore incommensurabile non basta più agli «amici» a mostrar loro l’affetto del Signore? In che cosa mai quella redenzione (sangue) sarebbe carente, perché si renda necessario integrarla con altro sangue? Se le cose stanno davvero così, quanto è triste e amara la condizione morale/spirituale di [quelli che si auto-definiscono] cristiani oggigiorno!

Interessanti capitoli della lettera agli Ebrei, (la stessa parola ispirata da Dio in cui dicono di credere), mostrano come Yahushua abbia del tutto eliminata, con il proprio sangue, ogni necessità degli spargimenti di sangue prodotti da sacrifici animali attuati presso gli Ebrei.

MAI il Messyah o uno dei suoi apostoli ha insegnato che quel sangue animale sarebbe stato sostituito dal sangue di padre Pio (di gallina secondo il Maccari) o da altro sangue di madonne e immagini che, per varie ragioni, sgorga e fiotta qua e là nella miracolistica antica e moderna..!!

Ritenere che il sangue (di padre Pio o le macchie sulla sindone) soddisfino il bisogno di “toccare” avvertito dai fedeli e appellarsi all’istinto dei credenti (il cosiddetto sensus fidei) per avvalorare un dato fenomeno religioso è.. fuorviante. (4) L’attrazione delle folle a simili spettacoli si spiega considerando che il sangue, tabù presso molte culture, continua ad esercitare sull’uomo un’azione ambivalente di attrazione/repulsione. Inoltre, il sensus fidei ha... senso quando si armonizza con le Sacre Scritture, altrimenti può essere esso stesso fuorviante. Il sensus fidei di questi [cosiddetti] credenti deve farsi illuminare non dalle "stimmate" di padre pio, ma.. dalla parola del Padre Onnipotente . Non sarebbe male tornare, ad esempio, a considerare bene le parole dette da Gesù all’incredulo Tommaso: «Siccome mi hai veduto [e toccato!], tu hai creduto; beati quelli che non hanno veduto, e hanno creduto!» (Giovanni 20, 29) .

Quanto alle folle acclamanti rapite da passione mistica, è immediato il confronto con Yahushua che ne fù circondato. Quale differenza, però, si nota nel suo comportamento! Egli anzitutto evita le esaltazioni prodotte nelle masse desiderose di miracoli. Dopo la moltiplicazione di pani e pesci, ben sapendo di essere oggetto di esaltazione da parte della folla sfamata e quindi disposta ad acclamarlo re, Yahushua si ritira su un monte, tutto solo: fugge l’ansia miracolistica popolana, rifugge dalla glorificazione umana, anzi corregge in modo netto i possibili esiti di una esaltata ed esaltante religiosità popolare. 

Quando la medesima folla lo rintraccia sull’altra riva del lago, Yahushua spegne ogni fanatismo dicendo chiaro:
«In verità vi dico che voi mi cercate non perché avete veduto dei miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati. Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna» (Giovanni 6, 15 e v. 26).

Inoltre il Messyah cerca di far comprendere quale sia questo cibo («chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà mai sete», v. 35), la folla si scioglie e molti discepoli lo abbandonano. E Yahushua [che al contrario delle attuali guide religiose non bada mai al numero/audience di quanti lo seguono] chiede ai dodici: «Non ve ne volete andare anche voi?».

Mons. Maccari si era evidentemente accorto che padre Pio non stava affatto imitando Yahushua nei suoi atteggiamenti. La tigre della esaltazione religiosa popolare non va cavalcata neppure quando è utile a “portare anime alla Chiesa” (hanno torto quei teologi, come il Laurentin, i quali purtroppo sostengono proprio questo concetto utilitaristico, in disarmonia con l’esempio di Yahushua e con l’insegnamento del Vangelo). 

Nel 1990, parlando a Taranto con il vescovo di Manfredonia sul processo di beatificazione di padre Pio, Wojtyla raccomandava: “Sbrigatevi, sbrigatevi, questo è un santo che vorrei fare io”. Oggi, avvenuta la beatificazione di Pio da Pietralcina e di Giovanni Roncalli, la gerarchia cattolica sembra aver superato l’imbarazzo di avere un beato papa Giovanni che in vita ha osteggiato e inquisito un beato padre Pio. Non c’era da dubitare che i postulatori e le commissioni dei due processi di beatificazione (e santificazione) sarebbero riusciti con ineffabile abilità (e ineffabile doppiezza) a superare i contrasti che, in vita, divisero il papa dal frate. Tuttavia c’è una parola buona dinanzi alla quale TUTTI [anche i postulatori e i tribunali ecclesiastici] dovrebbero chinare il capo, quella di ciò che "è veramente scritto" in quel Vangelo che DICONO di professare. Esaminiamo qui, brevemente, alla luce del Nuovo Testamento il concetto di santificazione da come è proposto e attuato nel cattolicesimo.

«SANTI» SECONDO LE SCRITTURE
Le lettere (epistole) del Nuovo Testamento sono indirizzate ai «santi» che abitano a Roma, Corinto, Filippi, ecc. Paolo apostolo menziona la famiglia di Stefana che si dedica «a servire i santi». Si parla nel Vangelo di aiuti pro «santi» tra i credenti più poveri residenti a Gerusalemme o altrove. Ci vengono pure presentati alcuni «santi» che ne salutano altri. Viene lodata la vedova che abbia reso dei servizi ai «santi». (5) Il dato biblico è dunque chiaro: «santi» sono coloro che hanno Fede, i convertiti al Cristo, i membri attivi e presenti nelle varie comunità locali. Non defunti, dunque, ma persone viventi! Non una "élite" di Super-credenti, ma proprio gli stessi cristiani, con pregi e difetti, mentre vivono questa vita nel mondo pur cercando di non comportarsi come il mondo. Con l’aiuto di Cristo, «compiono» la propria santificazione nel rispetto di Dio. (6)

MAI il Nuovo Testamento attesta che i santi li crea il papa o un processo di santificazione (previa beatificazione). Per il diritto canonico il papa può tutto secondo il diritto, oltre il diritto e contro il diritto (secundum jus, propter jus, contra jus); può proporre e accelerare le cause di beatificazione e santificazione di chi vuole. Ma il Vangelo è DIVERSO dal diritto canonico, perché è la Parola di Dio.

Nel Nuovo Testamento, chi santifica è soltanto Dio: «L’Iddio della pace vi santifichi egli stesso completamente, e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore». è con la "conversione" (una inversione di marcia nella vita) [non con le cause e i processi di beatificazione UMANI] che inizia la santificazione di una persona mentre questa è in vita. I credenti di Tessalonica, ad esempio, si erano incamminati sulla via del Messyah rispondendo positivamente alla chiamata del Vangelo: avevano creduto, erano rinati d’acqua e di Spirito nella rinascita battesimale. (7)

La bellezza della parola di Gesù sta nel fatto che essa è verace e non muta. Si può anche oggi divenire «santi» o ELETTI ubbidendo di cuore al Padre e [trascurando le DOTTRINE DEGLI UOMINI]. E' scritto: «Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini» (Atti 5, 29).
Contraria alla semplicità del Vangelo è pure la concezione di un numero eletto di santi che eserciterebbero funzioni mediatorie o intercessorie presso Dio a "favore" dei viventi quaggiù. Il Nuovo Testamento, proprio in tema di preghiere e intercessioni, insegna che «vi è un solo Dio, ed anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, il Messyah Yahushua uomo, il quale ha dato se stesso quale prezzo di riscatto per tutti» (1 Timoteo 2, 1-5). E' tragico notare che quanti parlano di mistica esaltazione per il sangue di padre Pio, dimenticano che il solo che ha dato il proprio sangue come prezzo del nostro riscatto morale e spirituale è Cristo Gesù. 

LA FRETTA DI WOJTYLA
Né il beato padre Pio né il beato papa Giovanni possono nulla per noi, perché il mediatore e intercessore UNICO fra Dio e gli uomini è solo quel «Messyah Yahushua uomo» che ha dato se stesso per tutti (1 Timoteo 2, 5). Gli interminabili (oppure, a seconda dei casi, acceleratissimi) processi di beatificazione e santificazione, l’analisi minuziosa dei postulatori e delle commissioni, le verifiche dei miracoli pre e post mortem, hanno lo scopo di condurre ad un giudizio definitivo sulla persona, beatificata prima e santificata poi. Ciò è diametralmente opposto a un principio fondamentale bene espresso nella parola di Dio. 

Paolo l'apostolo, ispirato da Cristo, parlando di sé e di altri predicatori raccomanda ai credenti di non vantarsi negli uomini, ma di considerare anche gli apostoli come servitori del Messyah, e conclude:

«Cosicché non giudicate di nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore, il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre, e manifesterà i consigli dei cuori; e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio» (1 Corinzi 4, 1 ss.).

Wojtyla aveva fretta di elevare padre Pio alle glorie degli altari. Il Vangelo dice di non giudicare nulla prima del tempo, di lasciare ogni giudizio al Signore. Non occorreva dunque sbrigarsi, ma lasciare a Dio di giudicare, ricordando che sostituirsi a Lui è "peccato". Schiller scrisse che «la voce della verità è sommessa e insistente». Non sarà forse vano ricordare a noi stessi e al prossimo che la Verità che ci giudicherà TUTTI un giorno non sarà quella dei papi o dei tribunali ecclesiastici, bensì quella di DIO espressa nella SUA PAROLA..?


Riferimenti:
(1) F. Chiocci, Wojtyla lo vuole santo, Papa Giovanni lo perseguitò, in l’Europeo, agosto 1990.

(2) Per l’intervista a mons. Maccari e il suo memoriale vd. l’Europeo, 16/08/1991, p. 40 ss. e /01/1992 p. 54.

(3) Cfr. 1 Giovanni 2, 1-2; Ebrei 9, 12; 10, 12 e v. 17; Marco 14, 25; Giovanni 15, 13; 1 Pietro 2, 22.

(4) I due concetti sono affermati da V. Messori in una recente intervista (Corriere della Sera, 13/08/2000, p. 13). Non è condivisibile, perché in contrasto col Vangelo, la felice sorpresa del Messori per il fatto che «tante persone... poco meno del doppio» (rispetto al 1998) fossero presenti alla recente ostensione della sindone. Non è affatto detto che la ostentata persuasione delle folle corrisponda alla verità di Cristo. Mi domando, inoltre, perché mai il sensus fidei non potrebbe essere tirato in ballo, ad esempio, dagli amici islamici quando masse immense di fedeli si accalcano, spesso rischiando la morte, attorno alla pietra nera.

(5) Cfr. Romani 1, 7 e 15, 26; 1 Corinzi 1, 2 e 16, 15; Filippesi 1,1 e 4, 22; 1 Timoteo 5, 10).

(6) 1 Corinzi 5, 10-12; 2 Corinzi 7, 1.

(7) 1 Tessalonicesi 5, 23; 2 Tessalonicesi 2, 13-14; Giovanni 3, 3-5.




 FONTE: INTERMATRIX


PREMESSA


Questa nuova serie intitolata "Babilonia la Grande" è redatta allo scopo di far USCIRE da Babilonia la Grande - la Madre delle Meretrici - TUTTE le persone di buona volontà che hanno a cuore la Pura Verità, affinchè non ricevano le stesse punizoni che la Grande Meretrice riceverà tra breve in Giudizio.

E' scritto: 
"Uscite da essa popolo mio, 
affinchè non riceviate anche voi il suo castigo..".(Ap. 18:4).



Il versetto biblico di Matteo 16:18, nella versione cattolica Edizioni Paoline 1995 e nella Nuova Riveduta 1994, è tradotto rispettivamente come segue:


Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Edizioni Paoline 1995)


E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere” (Nuova Riveduta 1994).
 


Questo stesso versetto viene tradotto più "correttamente" da numerose altre versioni, fra le quali quelle che seguono:


“Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’inferno non la potranno vincere” (La Nuova Diodati 1991)


Y yo también te digo que tú eres Pedro, y sobre esta roca edificaré mi iglesia, y las puertas del Hades no la dominarán” (Spanish Reina-Valera 1995)


Et moi, je te dis que tu es Pierre, et que sur ce roc je bâtirai mon Église, et que les portes du éjour des morts ne prévaudront point contre elle” (Nouvelle Edition Geneve 1979)


And I tell you, you are Peter, and on this rock I will build my church, and the gates of Hades will not prevail against it” (New Revised Standard Version 1989)


And I also say to you that you are Peter, and on this rock I will build My church, and the gates f Hades shall not prevail against it” (New King James Version 1982).


La traduzione letterale del testo greco originale di Matteo 16:18 recita come segue:

E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso (greco: pétros), e sopra questa roccia (greco: pétra) io edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la vinceranno”.

A Simone figlio di Giovanni (l’apostolo chiamato impropriamente “Pietro”), Gesù aveva detto: Tu sei Simone, figlio di Giona; tu sarai chiamato Cefa che vuol dire: "sasso” (Giovanni 1:42) (Versione La Nuova Diodati 1991). 

Altri traducono questo stesso versetto in modo improprio: 

“Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; e tu sarai chiamato Cefa (che si traduce «Pietro»)” (Giovanni 1:42) (Versione La Nuova Riveduta 1994; ma vedasi anche la Versione cattolica Edizioni Paoline 1995).

L’inesattezza di quest’ultima traduzione sta nel fatto che, in greco (lingua originale della Settanta Greca del Vangelo), il nuovo nome dato da Gesù all’apostolo Simone, cioè "pétros", ha il significato di “sasso, ciottolo, pezzo di roccia, pietra”: è cioè il nome di una cosa e non un nome di persona, e rappresenta la traduzione in greco della parola [aramaica] "Cefa" usata da Gesù per designare Simone. Il nome taliano “Pietro”, l’inglese “Peter”, lo spagnolo “Pedro”, e altre traduzioni similari del termine greco "pétros".. non hanno alcun significato e sono totalmente inventati.

Simone è pétros [cioè un sasso]; Cristo Gesù è invece la pétra [cioè la roccia] su cui è edificata la Sua "chiesa" (comunità di persone, congregazione di persone, e NON UN EDIFICIO - ndr): “E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso [greco: pétros], e sopra questa roccia greco: [pétra] io edificherò la Mia chiesa” (Matteo 16:18).
Ecco esemplificata figurativamente l’enorme differenza che intercorre fra i due vocaboli greci "pétros" (riferito a Simone) e "pétra" (riferito a Cristo):



Che Yahushua il Messyah sia la pétra (cioè la roccia) è attestato anche dall’apostolo Paolo, allorché afferma: “e tutti bevvero la medesima bevanda spirituale, perché bevevano dalla roccia [greco: pétra] spirituale che li seguiva; e quella roccia [greco: pétra] è il Kristos”. (1 Corinti 10:4).

In questo versetto (1 Corinti 10:4), il vocabolo greco "pétra" che vi compare per ben due volte è tradotto univocamente ed esattamente da tutte le versioni della Bibbia (compresa quella cattolica - ndr) con il termine corrispondente roccia.

Allora, ci si domanda: per quale ragione in Matteo 16:18 il vocabolo greco "pétra" non è stato reso dai Traduttori della Nuova Riveduta con il termine corrispondente "roccia", come è stato fatto invece nel caso di 1 Corinti 10:4, Matteo 7:24-25, Matteo 27:60, Marco 15:46, Luca 6:48, Luca 8:6, Luca 8:13, dove compare sempre il medesimo vocabolo greco "pétra" tradotto immancabilmente e correttamente con il termine "ROCCIA"..??

Ecco, dunque, la traduzione corretta di Matteo 16:18:

E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso (pétros), 
e sopra questa roccia (pétra) io edificherò la mia chiesa”.

Una traduzione impropria come la seguente: “tu sei Pietro e su questa pietra”, giova sicuramente al cattolicesimo romano che, infatti, si guarda e si guarderà sempre bene dall’emendarla. 
Di sicuro non giova alla Verità del Vero messaggio del figlio dell'uomo.. Yahushua il Messyah del Vero Dio.





I PRIMI VERI DISCEPOLI
CHI ERANO, COME VIVEVANO, COME ERANO ORGANIZZATI,
COSA PROPONEVANO AGLI ALTRI

PREMESSA


Quando pensiamo ai "primi veri discepoli" siamo intuitivamente portati a sublimare il concetto di questo originario nucleo di credenti per semplice associazione alla mitica epoca in cui si formarono e vissero. E' fuor di dubbio che l'epoca a cui ci riferiamo è unica ed irripetibile per i fatti portentosi che vi si verificarono a partire dall'evento straordinario della nascita di quel “corpo” unitario nel giorno della Pentecoste, ma anche per la presenza dei dodici apostoli, per l'eccellenza del loro ruolo ("...mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria e fino alle estremità della terra.." Atti 1:8), per l'importanza della loro missione ("Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandate" - Matteo 28:19-20), per la suprema autorità conferita ("Chi ascolta voi ascolta me" - Luca 10:66), per la diretta e irripetibile assistenza loro accordata ("guidandoli in tutta la verità, insegnando loro ogni cosa, rammentando tutto ciò che Yahushua aveva loro detto e annunziando loro le cose a venire" - Giovanni 14:26; 16:13). Ma se l'origine, il consolidamento e la diffusione dei Veri discepoli nel suo primo evolversi, passa attraverso gloriosi eventi, eroici compiti, sublimi influenze, non dobbiamo dimenticare che alla base di tutto ciò, anche in quella lontana, mitica epoca, c'è comunque l'uomo con tutti i suoi carnali limiti e con i suoi nobilissimi slanci. 


Chi furono dunque i primi veri discepoli?


PRONTI E DETERMINATI NEL RISPONDERE 

Un aspetto veramente caratterizzante di coloro che formarono la prima congregazione è l'immediatezza e la prontezza dello slancio con cui la stragrande maggioranza di loro aderisce al richiamo. I primi quattro chiamati erano semplici pescatori intenti al loro umile lavoro e quindi ignari degli eventi che incombevano. Ma la fulmineità dell'invito non è inferiore alla prontezza dell'adesione, tanto da farci riflettere amaramente sulla riluttanza, il sospetto se non addirittura la contrarietà che si riscontra ai nostri giorni:
"Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini, ed essi [Simone ed Andrea], lasciate prontamente le reti lo seguirono. E passato più oltre vide due altri fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, i quali, nella barca, con Zebedeo loro padre, riassettavano le reti, e li chiamò. Ed essi, lasciata subito la barca e il loro padre, lo seguirono" - (Matteo 4:19-22).

Possiamo immaginare che il messaggio doveva essere di un fascino travolgente, soprattutto per la RIVOLUZIONE dei suoi contenuti, ma non possiamo fare a meno di apprezzare la prontezza e l'incondizionato amore che caratterizza molti dei primi seguaci, DI TUTTE LE ESTRAZIONI SOCIALI, il quale sembra, ai nostri giorni, essere scomparso dalla faccia della terra. Un centurione di Capernaum riuscì persino a meravigliare Gesù con la sua accorata richiesta: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servitore sarà guarito" (Matteo 8:8). "Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato tanta fede". Uno scriba, di cultura certamente superiore, ci impressiona per la sua illimitata dedizione: "Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai" - (Matteo 8:19).
Un esattore di tasse (Matteo) sedeva al banco della gabella "e Yahushua gli disse: seguimi! Ed egli levatosi lo seguì" (Matteo 9:9). Una donna affetta da un'emorragia continua che nessuno aveva potuto guarire così si rivolge al Messyah: "se solo riuscirò a toccare la tua veste sarò guarita" - (Matteo 9:21).


Si tratta quindi di una predisposizione sincera e diffusa che certamente gioca un ruolo determinante nel formarsi e nel moltiplicarsi dei primi veri discepoli.

CHI ERANO E QUANTI ERANO

Il primo nucleo si "materializza" a Gerusalemme. Alla strepitosa predicazione di apertura di Pietro rispondono, con slancio, circa tremila persone (Atti 2:41), ma in pochi giorni, per la travolgente attività degli apostoli accompagnata da opere potenti e da prodigi, coloro che sceglieranno Cristo diventano circa cinquemila (Atti 4:4). E' ragionevole pensare che un numero così ragguardevole di individui comprendesse uomini di ogni cultura, di ogni ceto sociale, di diverse origini etniche. Non ci è dato di sapere quale fu, successivamente, il grado di perseveranza di tutti questi battezzati: presumibilmente alcuni ritornarono rapidamente nel mondo riassorbiti dalla difficoltà del primo impatto o dalla paura per i gravi atti persecutori che si andavano perpetrando ad opera del potere politico e religioso giuridico (per ben due volte Pietro e Giovanni erano stati arrestati, diffidati e minacciati e, la seconda volta, perfino bastonati).

Diversi altri, essendo stranieri, ritornarono ai luoghi d'origine, contribuendo alla diffusione del Messaggio di Yahushua. Certo è che l'assemblea della comunità di Gerusalemme, come ci viene presentata in Atti 4:31, sembra essere molto meno numerosa di cinquemila persone. Ed è proprio grazie a questo drastico ridimensionamento che ci è possibile delineare, sia pur sommariamente i tratti salienti della prima vera comunità cristiana, secondo gli elementi desumibili dai Fatti degli Apostoli. Quanto a composizione appare evidente che si trattasse di ebrei nati in Palestina a cui si aggiungeva una minoranza di ebrei originari di altri paesi (ellenisti). Sta di fatto che questa prima comunità fu fortemente incline alla continuazione di pratiche giudaiche (frequentazione del tempio, rispetto di feste, digiuni, osservanza di prescrizioni religiose ed igieniche, ecc.) coesistenti ad assidue adunanze cristiane, addirittura quotidiane, in case private, ove si ascoltavano gli insegnamenti apostolici:
"Essi ascoltavano con assiduità l'insegnamento degli Apostoli, vivevano insieme fraternamente, commemoravano la cena del Signore e pregavano insieme". - (Atti 2:42)

COESIONE ED UNITÀ NELLO SPIRITO E NELLA PREGHIERA

E' comprensibile dunque come l'effetto principale di questa assiduità e fedeltà al "modus vivendi" cristiano e garantita dalla presenza degli apostoli fosse un evidente senso di coesione e di unità. Di questa congregazione ci viene riferito sinteticamente (Atti 4:32) che "era un solo cuore e una sola anima" per significare che ad una grande e cosmopolita fratellanza fece riscontro uno spirito di fraternità e di unità mai più eguagliata nella storia del Cristianesimo. Per tale motivo, e soprattutto a causa della evidente inconsistenza dei legami spirituali ed affettivi che contraddistingue le moderne chiese della cristianità, la prima comunità di Gerusalemme ci appare meritevole di devota osservazione e di attenta emulazione. I primi discepoli si dedicarono molto alla preghiera, poichè ne comprendevano il VERO POTERE. In occasione della carcerazione di Pietro i cristiani si riunirono in casa di Maria, madre di Giovanni Marco e pregarono con grande intensità e fervore per la sua liberazione che avvenne quella stessa notte (Atti 12:1-12). La preghiera nella comunità è fondamentale per il suo sviluppo spirituale e per imprimere efficacia all'accoglimento delle richieste. Quale meravigliosa potenza risiede nella pratica della preghiera! Eppure quanto poco e con quanta superficialità si prega oggi!

LA COMUNIONE DEI BENI

Si tratta dunque di un'epoca di intenso fervore spirituale, ove, in assenza di regole pratiche consolidate e di una salda organizzazione comunitaria, si verificano anche iniziative, quale la comunione dei beni, le cui motivazioni, al di là dell'amore e della spontaneità che distintamente affiorano, sono ancora oggetto di dibattito, ma i cui effetti non furono privi di conseguenze anche negative. E' ragionevole supporre che la comunità di Gerusalemme, essendosi formata per prima e comprendendo una numerosa componente di membri originari di altri paesi, costituisse inizialmente un punto di riferimento e fosse oggetto di molte visite da parte di forestieri. L'esercizio dell'amore e dell'ospitalità verso stranieriprivi di risorse per la lontananza dal loro paese di origine, e verso visitatori esterni sicuramente bisognosi di ogni cosa, dovette mettere a dura prova le risorse dei fratelli locali tanto da indurli a praticare una sorta di comunione dei beni a cui indubbiamente ciascuno contribuì spontaneamente secondo le proprie disponibilità e spesso spogliandosi di ogni cosa. Tale esperienza, mai ripetuta altrove, fu caratterizzata da grande generosità e soprattutto da totale assenza di imposizione da parte degli apostoli. Ma a dimostrazione dell'eterogeneità di convinzione interiore e di maturità spirituale, non mancarono episodi scarsamente edificanti come quello famoso di Anania e Saffira (Atti 5:1-10).
residenti a Gerusalemme,

IL DISSENSO DEGLI ELLENISTI

D'altro canto, tale forma di cassa comune, da cui tutti dovevano trarre il necessario sostentamento quotidiano, impose una forma organizzativa che non mancò di provocare malcontenti e lamentele. In Atti 6:1 ci si narra: "Ora in quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio tra gli Ellenisti contro gli Ebrei perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana".
L'atteggiamento di riguardo verso una o più persone piuttosto che verso altre è una propensione da cui non furono esenti nemmeno i primi discepoli di Gerusalemme. Anche nella prima comunità che godeva della preziosissima presenza degli Apostoli si venne a manifestare la prima contrapposizione di gruppi tra ebrei palestinesi ed ebrei ellenisti. Indubbiamente tra i due gruppi sussistevano notevoli differenziazioni nella lingua (i primi parlavano aramaico i secondi preferibilmente greco), nella pratica religiosa (i primi più inclini a perpetrare il rispetto della Legge i secondi meno rigidi e più tolleranti), nelle consuetudini. Tali aspetti avranno certamente costituito motivo di discussione e di tensione tanto che il diverso trattamento delle vedove elleniste nella distribuzione dei pasti dovette essere un episodio sicuramente marginale.

Come è noto il problema fu superato costituendo sette uomini addetti all'amministrazione delle risorse, sette uomini "di buona testimonianza, pieni di spirito e di sapienza", quasi sicuramente tutti di estrazione ellenista come dimostrano i loro nomi greci (Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmene e Nicola di Antiochia). L'evento ci appare interessante in quanto è questa l'origine dell'organizzazione e della distribuzione di incarichi, ma ancora più interessante appare il fatto che la totalità della comunità cristiana non ebbe difficoltà ad affidare l'incarico di amministrare le risorse quotidianamente disponibili, proprio a uomini provenienti dalla parte che si considerava danneggiata: "e questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine" Atti 6:5. Questo ci fa comprendere che tra i primi veri discepoli non si radicarono atteggiamenti di divisione anche in quelle circostanze in cui, apparentemente, affioravano sospetti di indebito riguardo o ingiustificate preferenze, ma al contrario le difficoltà venivano superate proprio manifestando la più ampia disponibilità e buona fede. Quanto ha da imparare la cristianità moderna, ove spesso l'ombra di un sospetto o l'insorgere di qualche banale divergenza covano a lungo negli anni, si consolidano e amplificano la loro azione proprio come un lievito maligno che è in grado di far fermentare tutta la massa provocando insondabili lacerazioni.

CORAGGIO E FEDELTÀ

Tra i sette prescelti eccellevano i nomi di Filippo e Stefano, le cui gesta sono note a tutti e, specialmente per quanto concerne quest'ultimo "pieno di grazia e di potenza", si può ritenere che egli rappresenti la sublimazione del coraggio e della fedeltà, spinta fino alle estreme conseguenze, che contraddistinse i primi veri discepoli di Gerusalemme, i quali, a partire dal martirio di Stefano, furono chiamati ad una prova di sofferenza e di dolore a cui non si sottrassero e che consentì alla comunità di espandersi in tutto il mondo allora conosciuto. Già Pietro aveva dato ampia dimostrazione di coraggio rintuzzando memorabilmente le intimidazioni e le minacce: "..bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini.." (Atti 5:29). Ma il merito di Stefano, al di là della sua ineguagliabile forza d'animo, sta nell'aver intuito l'universalità del messaggio di Yahushua il quale non costituiva una banale ramificazione del Giudaismo ma si staccava nettamente dal Tempio per irradiare in tutto il mondo quel culto "in spirito e verità" prefigurato dal Messyah stesso (Giovanni 4:21-24). Stefano infatti si impose tragicamente all'attenzione dei suoi mortali nemici disputando coraggiosamente con i membri della "sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei e degli Alessandrini e di quelli della Cilicia e dell'Asia" (Atti 6:9) ed il suo messaggio preannunciava la fine del Giudaismo e il sopravvento del Messyah (Atti 6:14).

E' intuibile come la proclamazione di idee così innovative gli procurò l'odio di nemici mortali. Arrestato e costretto a difendersi davanti al Sinedrio, ci ha tramandato quella sua memorabile requisitoria in cui ripercorse come in un indimenticabile testamento i capisaldi della sua predicazione, mise sotto accusa i suoi stessi accusatori imputando loro il tradimento e l'uccisione del Messyah, l'ignoranza e l'inosservanza della Legge. Il suo discorso è rimasto incompiuto ma il suo messaggio si è rivelato esplosivo per effetto della persecuzione diretta specialmente verso gli Ellenisti e della loro successiva diaspora.

LA QUESTIONE DELLA CIRCONCISIONE

Se i primi discepoli di Gerusalemme ci hanno offerto un grandissimo esempio di coerenza e di forza d'animo anche nelle più terribili sofferenze, la loro più luminosa dimostrazione di fedeltà all'insegnamento degli apostoli ci proviene dal modo con cui affrontarono la questione della circoncisione, di per se stessa delicatissima in quanto si trattava di una questione dottrinale. L'episodio ci è noto in quanto ci viene narrato in tutta la sua drammaticità in Atti 15:1-29. La verità venne presentata dagli anziani e dagli Apostoli a tutta la comunità senza reticenze anche se fu oggetto di una "gran disputa" ed a conclusione di appassionati interventi si giunse ad una soluzione unanime ed univoca. La comunità unita provvide a redigere una dichiarazione scritta da divulgare sull'argomento. Così la controversia si concluse con il sopravvento dell'insegnamento apostolico sui pregiudizi, le tradizioni e le eredità affettive sanzionata dalle Scritture in Atti 6:7: "E la Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; ed anche una gran quantità di sacerdoti [del Tempio] prestavano ascolto alla predicazione degli Apostoli e credevano".

CONCLUSIONE

I primi discepoli dunque ci hanno proposto un incrollabile spirito di unità e fratellanza tanto più apprezzabile in quanto instauratosi in una comunità di composizione variegata ed eterogenea. La congregazione di Gerusalemme in particolare, guidata dagli Apostoli, si contraddistingue per l'oculata selezione dei suoi ministri e per l'ordine e l'amore con cui seppe affrontare ogni suo problema di carattere organizzativo o dottrinale. Il risultato più eclatante è la conversione di migliaia di persone nel breve periodo di tre anni. Una congregazione di fedeli assidua nel radunarsi e pronta ad esprimere una liberalità rimasta ineguagliata nella storia dei discepoli di Yahushua. Una comunità la cui dolorosa diaspora ha prodotto all'esterno l'inarrestabile diffusione dell'Evangelo e all'interno una clamorosa vittoria sull'illegale opposizione degli atei sadducei, degli arroganti farisei e di uno Stato persecutore e crudele.

Il loro insegnamento e il loro esempio rimane per noi ineguagliabile. Sia che crediamo o meno, l'unità e l'amore che hanno avuto questi uomini anche in momenti di grande tensione nei rapporti dovrebbe insegnarci che TUTTO si può affrontare e risolvere se si è UNITI nella speranza sorretta da un FORTE e altruistico amore per la Verità.