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L'uso della parola "cristiano"



I discepoli di Yahshua, coloro che credono in lui, possono chiamarsi “cristiani”? Uno studio accurato mostrerà che non è un nome appropriato, tanto quanto non sarebbe corretto chiamarsi “gesuani”. Esaminiamo. In tutta la Bibbia la parola “cristiano” compare solo tre volte. Non è quindi difficile esaminare questi tre passi e dedurre da essi il senso della parola.
   1. “Ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11:26). Per stessa dichiarazione della Scrittura, fu questa la prima volta che il nome venne dato ai discepoli di Yahshua. L’avvenimento è collocabile a metà degli anni 40 del primo secolo della nostra èra, ovvero più di dieci anni dopo la morte di Yahshua. Ciò accadde ad Antiochia, in Siria, fuori da Israele, in una nazione pagana. Luca, lo scrittore di Atti, dice che “i discepoli furono chiamati cristiani”. Già qui possiamo notare due aspetti: a) Luca li chiama “discepoli”; b) Luca dice che non furono i discepoli a darsi quel nome di “cristiani”, ma che essi “furono chiamati” così. Il nome che Luca usa per loro è quindi “discepoli”. Ma da chi “furono chiamati cristiani”? Evidentemente da gente di Antiochia che non apparteneva alla congregazione dei discepoli. In tal modo, quella gente affibbiava loro un epìteto. Dato che “cristo” significa – come si è visto – “unto”, era come definirli “untuani” o “messianisti”. Accade anche oggi che vengano affibbiati dei nomi con un che di denigratorio, come ad esempio quando si definiscono “russelliti” gli Studenti Biblici che furono guidati da C. T. Russel; oppure quando si definiscono “geovisti” i Testimoni di Geova. O, ancora, quando si definiscono “papisti” i cattolici. Quel nome di “cristiani” fu quindi un appellativo non molto cortese per classificare i discepoli di Yashùa.
  Che così sia avvenuto è testimoniato anche da Tacito, che sotto l’imperatore Traiano (117-138 E. V.) scrisse: “Nerone senza strepito sottopose a processo e a pene straordinarie, perché invisi per i loro misfatti, coloro che il volgo chiamava cristiani. Il loro nome viene da Cristo, condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio”. - Tacito, Annales 15,44; corsivo e grassetto aggiunti per enfasi.
Sbaglia quindi la Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture quando traduce il passo così: “Fu ad Antiochia che per la prima volta i discepoli furono per divina provvidenza chiamati cristiani”. I traduttori di questa versione commettono qui almeno tre errori. Il più grave è quello di aggiungere una frase che non compare assolutamente nel testo greco: “per divina provvidenza”. Ecco il testo greco, traslitterato e tradotto letteralmente:
 
                                            χρηματίσαι      τε  πρώτως     ἐν  Ἀντιοχείᾳ    τοὺς μαθητὰς    Χριστιανούς
chrematìsai       te   pròtos     en Antiochèia    tus   mathetàs      christianùs
                                          stati chiamati     e  per prima    in  Antiochia       i     discepoli        cristiani
“Per divina provvidenza” non compare affatto nel testo originale: è stato arbitrariamente aggiunto. E, come secondo errore, non è stato neppure posto tra parentesi quadre per indicare che è statoaggiunto dai traduttori. Ilterzoerrore è la conseguenza di questa manomissione: falsare il vero significato del testo.
  Se poi i traduttori hanno pensato di tradurre quelcrhmat…sai (chrematìsai) col significato di “essere chiamati per divina provvidenza”, commettono un altro grave errore. Il verbo greco, infatti, èχρηματίζω(chrematìzo) e significa: “trattare, dare un nome”.
  Pare ovvio che in quel territorio pagano i detrattori dei discepoli di Yahshua trovarono un nome (cristiani) per identificarli nel loro parlare comune, per trattarli (come significa il verbo greco) in un certo modo. Il loro intento dovette essere simile a quello che mosse coloro che diedero il nome di “negri” alle persone di razza nera.

  Comunque, quel termine di “cristiani” non fu mai usato dai discepoli stessi. Lo stesso Luca, subito dopo aver riferito che tale nome fu dato loro ad Antiochia, riprende a chiamare i credenti con il solito nome: “discepoli” (At 11:29). Se fu “per divina provvidenza”, come mai Luca non si adeguò? E come mai non si adeguò mai nessuno dei credenti?
  Illuminante anche il passo di At 12:1 che parla di “quelli della congregazione” (TNM): così Luca definisce i credenti pochissimi versetti dopo aver riferito che gli antiochieni diedero ai discepoli l’appellativo di “cristiani”. Luca davvero non adotta nè fa suo quel nome.
  A ulteriore conferma che l’appellativo di “cristiano” era un soprannome dispregiativo dato dal popolino, abbiamo le parole scritte nel 116 o 117 da uno storico che, descrivendo i discepoli di Yahshua, scrive: “Coloro che il volgo chiamava cristiani” (Tacito, Annales 15,44; corsivo aggiunto per dare enfasi). Le cattive intenzioni del volgo, ovviamente, hanno ben poco o nulla a che fare con la “divina provvidenza”.
   2. La seconda volta che il nome “cristiano” appare nella Scrittura è in At 26:28. Sono passati circa quattordici anni da quell’avvenimento di Antiochia: siamo nel 58 circa della nostra era, venticinque anni dopo la morte di Yahshua. L’apostolo Paolo si trova a Cesarea, prigioniero davanti al re Erode Agrippa, e ha appena terminato di dare la sua testimonianza di fede. “Ma Agrippa disse a Paolo: ‘In breve tempo mi persuaderesti a divenire cristiano’” (TNM). Notiamo subito che ad usare questo termine di “cristiano” è, ancora una volta, qualcuno che non è un discepolo di Yahshua. Evidentemente, quel modo di chiamare i discepoli, iniziato ad Antiochia, era diventato un modo comune di riferirsi a loro da parte della gente (al di fuori della congregazione). Ora lo usa perfino il re Agrippa. È però molto interessante notare come si comporta Paolo. “Allora Paolo disse: ‘Desidererei dinanzi a Dio che in breve tempo o in lungo tempo non solo tu ma anche tutti quelli che oggi mi odono divenissero tali quale sono io’” (TNM). Qui Paolo dà prova di grande abilità e di tatto. Non si ferma a cogliere l’ironia di Agrippa né la contesta, ma – desideroso di continuare la sua testimonianza – schiva elegantemente quell’appellativo di “cristiano” e nella sua risposta lo sostituisce con un “quale sono io”. 
   3. La terza e ultima volta in cui il termine appare nella Bibbia si trova in 1Pt 4:16. Questa volta è l’apostolo Pietro ad usarlo. Sarà interessante esaminare come egli lo usa. Intanto osserviamo che ci troviamo all’incirca nel 62-64 della nostra era, quasi trent’anni dopo la morte di Yahshua. Il termine doveva essere ormai molto comune tra le persone estranee alla comunità dei discepoli.
  Ed ecco ciò che scrive Pietro: “Ma se [soffre] come cristiano, non provi vergogna” (TNM). Pietro usa dunque il termine. Esaminiamo il contesto e scopriamone il perché.
  Il capitolo 4 della sua prima lettera inizia con l’esortazione fatta ai credenti ad ‘armarsi della stessa disposizione mentale’ di Yahshua: accettare la sofferenza, “siccome Cristo soffrì nella carne” (v. 1, TNM). Pietro poi rammenta loro che i peccati e le ingiustizie da loro commessi prima di diventare fedeli appartengono al tempo passato (v. 3); ora sono persone diverse, per questo i non credenti “parlano ingiuriosamente” di loro (v. 4, TNM). Passa poi a dare consigli sulla buona condotta (vv. 7-11). Dal v. 12 li esorta a non rattristarsi per quello che subiscono, ma – al contrario – a ‘rallegrarsi , visto che sono’ “partecipi delle sofferenze del Cristo” (v. 13, TNM). Poi arriva al punto: “Se siete biasimati per il nome di Cristo, felici voi” (v. 14, TNM). Quindi distingue: “Comunque, nessuno di voi soffra come assassino o ladro o malfattore o come uno che si intromette nelle cose altrui. Ma se [soffre] come cristiano, non provi vergogna” (vv. 15,16, TNM).
  In pratica Pietro dice: Yahshua ha sofferto, anche i suoi discepoli soffrono; ma attenzione: se uno soffre perché è omicida o ladro, si deve solo vergognare; ma se soffre “come cristiano” per le vituperazioni non ha motivo di vergognarsi, perché essere biasimati “per il nome di Cristo” è motivo di gioia. Anche se i non credenti “parlano ingiuriosamente” e i discepoli sono “biasimati per il nome di Cristo”, essere tacciati col nome di “cristiani” (nell’intento di attribuire loro chissà quale colpa) non è motivo di vergogna; lo sarebbe essere tacciati, a ragione, di omicidio o furto.

  In tutte le Scritture Greche i credenti in Yahshua sono sempre chiamati “discepoli”, anche dopo che fu affibbiato loro l’appellativo di “cristiani”. Essi non usarono mai tra loro il termine di “cristiani”, ma lo subirono.
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Religione e Bibbia

Quando si pone una domanda, se si vuole una risposta corretta occorre porre la domanda giusta. Esaminiamo la domanda: Qual è la vera religione? Questa domanda poggia su basi del tutto ipotetiche: si dà per scontato che tra le religioni ne esista una vera e ci si domanda quale sia. L’inganno sta nel creare – magari anche in buona fede – una possibilità che in realtà non è provata. Chi ha detto che ci sia una vera religione? Più corretto sarebbe domandare: Esiste una vera religione? Se la risposta fosse affermativa ci si potrebbe domandare allora quale sia questa religione. Se però non esiste una vera religione non ha senso domandarsi quale sia.

La rivista religiosa La Torre di Guardia del 15 ottobre 1978, a pagina 5, spiega “come si identifica la vera religione”. Di nuovo mettiamo in discussione l’assunto: ma siamo proprio certi che esista una vera religione?
 
 Nella Bibbia la parola “religione” non esiste neppure e nell’ebraico moderno per “religione” si hanno due parole. 
 
   La più usata è דת (dath), che significa “religione, legge, regola, culto”. Nella Bibbia compare 20 volte nel libro di Ester. Qui ha sempre e solo il significato di “legge”, ma non ha nulla ha che fare con la legge del Dio per gli ebrei, dato che vi si parla esclusivamente della legge dei persiani. Un’altra volta dath compare in Esdra 8:36; anche qui ha il senso di “legge” ed è riferita alla legislazione persiana. In effetti la parola dath è presa a prestito dal persiano. Questo è il motivo per cui alcuni studiosi rifiutano di tradurre con “legge” la parola dath in Deuteronomio 33:2 che dice (nella Versione Riveduta della Bibbia): Dalla sua destra [di Dio] usciva il fuoco della legge per loro [gli israeliti]”. Da questa traduzione sembrerebbe che si stesse parlando della Toràh, comunemente ritenuta la Legge di Dio (in verità toràh significa insegnamento).  


Nell’originale ebraico, però, la frase tradotta “fuoco della legge” è  אֵשׁ דָּת (esh dath), e la Biblia Hebraica Stuttgartensia mette דת (dath) in corsivo per segnalarne la singolarità. Il problema è che la lezione דת (dath) = “legge” introdurrebbe qui (nel Pentateuco!) una parola presa a prestito dal persiano. L’equivoco nasce dal fatto che una nota in margine in M (Testo Masoretico, un manoscritto della Bibbia) divide in due una parola che nel testo stesso è una sola: אֵשׁדָּת (eshdàt). Questa parola è tradotta nella LXX (la traduzione in greco della Bibbia completata nel 3° secolo avanti la nostra èra volgare) con “angeli” (ἄγγελοι, àngheloi). La traduzione corretta in Deuteronomio 33:2 è quindi:Con lui [Dio] erano decine di migliaia di santi, alla sua destra loro messaggeri [ἄγγελοι (àngheloi)]”. TNM rende con: “E con lui erano sante miriadi, alla sua destra guerrieri appartenenti a loro”. Insomma, qui la parola persiana dath (“legge”) non c’entra alcunché. In ogni caso, in tutta la Bibbia, דת (dath) non ha mai a che fare con “religione”. Questa parola è usata con il senso di “religione” solo nell’ebraico moderno.
 
   La seconda parola nell’ebraico moderno per “religione” è אמונה (emunàh), che significa “fede”. Nella Bibbia questa parola compare diverse volte e ha il senso di “fermezza”. Per la prima volta compare in Esodo 17:12 che letteralmente dice: “Gli sostenevano le mani [ a Mosè], uno da una parte e l’altro dall’altra, così che le sue mani furono fermezza”, passo che già ci indica il senso della parola: “stabilità”, “immobilità”, “solidità”. Non solo delle cose concrete, ma anche di quelle apparenti, come in Salmo 119:30: “Io ho scelto la via della fermezza [אמונה (emunàh)], ho posto i tuoi [di Dio] giudizi davanti ai miei occhi”. Una traduzione più libera, ma sempre corretta, sarebbe: “Ho scelto la via della fedeltà”. Nessuno certo si sognerebbe mai di tradurre: ‘Ho scelto la via della religione’. Lo stesso concetto di “fermezza” - nel senso di sicurezza - della parola emunàh viene applicato nella Bibbia agli esseri umani: “I tuoi giorni saranno resi sicuri” (Isaia 33:6; letteralmente: “Stabilità [אמונה, emunàh] di tempi”). Il concetto è applicato anche a Dio: Tu sei il mio Dio; io ti esalterò, loderò il tuo nome, perché hai fatto cose meravigliose; i tuoi disegni, concepiti da tempo, sono fedeli e stabili” (Isaia 25:1; letteralmente: “stabilità” [אמונה, emunàh]). Anche qui nessuno si sognerebbe di tradurre questi passi così: ‘I tuoi giorni saranno religione’, ‘I tuoi disegni sono religione’. 
 
   Molti rimarranno sorpresi, ma in tutta la Bibbia la parola “religione” non compare una sola volta. Per la verità, in tutto il vocabolario ebraico biblico la parola “religione” non esiste proprio. L’ebreo biblico non aveva una religione (come diremmo noi oggi): per lui tutta la vita era e doveva essere vissuta nell’ubbidienza a Dio.
   
Eppure, nelle traduzioni della Bibbia la parola “religione” la ritroviamo. Questa, tuttavia, è una scelta bislacca dei traduttori. A nostro giudizio, ciò non solo tradisce il senso vero della Sacra Scrittura, introducendo una parola inesistente nel vocabolario biblico, ma svia anche il lettore, inculcandogli quella parola che è alla base puramente ipotetica della domanda su quale sia la vera religione.
 
Come esempio citiamo alcuni passi in cui la parola è introdotta dai traduttori, paragonandola con la freschezza del testo originale della Bibbia.



Passo
biblico
Traduzioni
Ebraico e greco(LXX)
2Re 17:26
Le nazioni che hai portato in esilio e quindi stabilito nelle città di Samaria non hanno conosciuto la religione del Dio del paese . . . ecco, sono messi a morte, in quanto non c’è nessuno che conosca la religionedel Dio del paese” (TNM)
משפט(mishpàt), “prescrizione”
κρίμα (krìma), “prescrizione”
Senso: I deportati pagani in Samaria non conoscono le prescrizioni del Dio di Israele e si comportano male.
2Re
17:34
Fino a questo giorno fanno secondo le loro religioni precedenti” (TNM)
משפטים(mishpatìm), “prescrizioni”
κατὰ τὸ κρίμα αὐτῶν
(katà to krìma autòn),
“secondo la prescrizione di loro”
Giacomo
1:27
“Questa è la religione che Dio Padre considera pura e genuina” (PdS)
θρησκεία (threskèia), “tremore”
Si tratta del timor di Dio




La 'religione' non è quindi un concetto biblico. Per i moderni occidentali la religione è un’appartenenza alla stregua di un partito politico o simili. Le persone dicono di essere del tale partito, di essere della tale religione, di essere per la tale squadra sportiva, e così via. Per l’ebreo biblico l’intera vita doveva essere vissuta nel timor di Dio. Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo”. – (Ecclesiaste 12:15) 


Religione 
  
   La religione potrebbe essere definita come il tentativo umano di raggiungere Dio. Ecco perché ci sono migliaia di religioni: ci sono migliaia di modi che gli uomini stabiliscono per mettersi a posto con Dio. È un movimento dal basso (umanità) verso l’alto (Dio). Per la Bibbia avviene esattamente il contrario: è dall’alto che Dio raggiunge l’umanità. “Il Signore apparve ad Abramo e disse” (Genesi 12:7). 
 
   Una persona che comprese che la religione è un’invenzione diabolica fu C. T. Russell, pastore degli Studenti Biblici fino al 1916, anno della sua morte. Per lui le piaghe dell’umanità erano tre: finanza, politica e religione. Il suo successore, J. F. Rutherford, nonostante le notevoli deviazioni dal Russell, nel 1940 ancora scriveva: “La religione è l’arguto prodotto di Satana e che per lungo tempo è stata iniquamente usata da lui ed altri demoni per più effettivamente corrompere la razza umana” (Religione, pagina 98, Brooklyn, New York, U.S.A.). Siamo pienamente d’accordo con questa affermazione.
   
La religione non ha alcunché a che fare con Dio. La domanda circa quale sia la vera religione non ha senso. Tutte, ma proprio tutte, le religioni sono false. 


La domanda corretta dovrebbe essere: Qual è la verità che riguarda Dio? 
















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